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La Sacra Grotta |
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Questa è una caverna davvero impresionante. La irregolare volta rocciosa riverbera misteriose venature originate nel passato da un costante stillicidio di acque piovane eliminato dai lavori di restauro alle tettoie della grotta.
Il visitatore può scoprire da sè gli angoli più caratteristici e avvertire in sè i sentimenti più disparati. certo è che si rimane incantati per l'orrido naturale della grotta e vivamente impressionati per l'arte che vi si può ammirare.
Ogni epoca vi ha lasciato la sua impronta. «E' un succedersi di arte bizantina, romanica, gotica, moresca e ravennate fino alla gaiezza del rinascimento».
Le costruzioni Angioine (fine sec. XIII) seppellirono quelle più antiche normanne, longobarde e paleocristiane. La grotta perdette in altezza e profondità.
La grotta non fu mai consacrata secondo le leggi della Chiesa perchè lo era già stata per ministero angelico (terza apparizione), ma nei secoli dai Pontefici fu dichiarata "Basilica", "Celeste Basilica", "Concattedrale".
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Sedia Episcopale |
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Il solenne trono si trovava, fino alla prima metà dell'Ottocento, all'imbocco della navata dove lo raffigura una incisione. All'epoca si distingueva ancora, sotto il sedile, l'iscrizione, successivamente scomparsa, SUME LEON, che legava il seggio, con i suoi valori simbolici, alla figura di Leone, primo arcivescovo sipontino, alla quale si appellavano i sostenitori della dignità vescovile della sede garganica pari a quella di Siponto. E quanto ribadisce l'iscrizione incisa sulla cornice dello schienale:
SEDES HEC NU(MERO) DIFFERTA SEDE SIP
IUS ET HONOR SE(DIS) QUE SUNT SIBI SUNT QUOQUE MONTI
Questa sedia differisce solo per numero da quella di Siponto.
I diritti e l'onore di sede vescovile che ha quella, spettano anche a (questa di) Monte
L'epigrafe, incisa sul trono già montato, può essere stata aggiunta nel 1167, data di una bolla di papa Alessandro III che sembrò per breve tempo avallare la concattedralità delle due sedi. La datazione dell'opera è tuttora incerta e oscilla tra la metà dell'Xl secolo e la metà, circa, del XII.
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Porte di Bronze |
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Il portale marmoreo con stipiti a tre risalti è degna cornice alle mirabili porte di bronze,
Non si conosce la ubicazione originaria della porta, evidentemente rimontata e sopraelevata per adattarla alla navata duecentesca. Ma numerosi indizi tra i quali la assenza, nell'atrio, di elementi riferibili al periodo angioino, suggeriscono che l'atrio e l'ingresso facessero parte di una sistemazione del complesso ella prima età normanna, suggellata dal dono delle ante bronzee.
Le due ante, come attesta una iscrizione, furono eseguite nel 106 nella regale città di Costantinopoli, su commissione dell'amalfitano Pantaleone, della nobile famiglia dei Mauroni, che ne fece dono al santuario. Costituite da una pesante intelaiatura di legno riestita di formelle in oricalco, fissate da robuste cornici dello stesso metallo fermate da borchie, appartengono ad un gruppo di opere analoghe, tutte di manifattura bizantina, concentrate tra Lazio e Campania. Tipica delle officine di Costantinopoli è anche la decorazione ad agemina - disegno inciso nel metallo e sottolineato da niello, arricchito da applicazioni di lamine in argento - mentre le iscrizioni in latino e alcuni soggetti rappresentati riflettono le indicazioni di un ideatore forse diverso dal committente: probabilmente il vescovo di Siponto o lo stesso clero della basilica. Sulle formelle è raffigurato un 'ciclo di salvazione', che attraverso la guida dell'Angelo del Signore conduce gli uomini alle porte del Paradiso. La leggenda garganica è rappresentata dalle tre apparizioni in sogno dell'Arcangelo a Lorenzo, santo vescovo di Siponto, raffigurate su altrettante formelle secondo una iconografia stereotipata.
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La Statua |
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Il San Michele arcangelo, fatto realizzare in marmo per l'altare delle Impronte all'inizio del XVI secolo,fu preceduto da statue in oro ed in argento commissionate da membri della casa reale angioina ed aragonese.
La notizia più antica riguarda le 20 once lasciate in legato testamentario da Maria d'Ungheria, sposa di Carlo Il d'Angiò defunta nel 1323, per una statua d'argento affidata all'opera degli scultori Dynus da Siena e Galardus di Somma da Napoli.
La singolare vicenda di ripetute donazioni ed immancabili requisizioni fu definitivamente risolta con la commissione di una statua di marmo:
Collocata sull'altare delle Impronte, la statua è opera di altissima qualità ed immagine archetipica per la devozione. Riferita ad Andrea Sansovino sulla base di una tradizione locale, è stata recentemente attribuita allo scultore toscano Andrea di Pietro Ferrucci, attivo a Napoli in ambienti vicini alla corte spagnola.
La statua è alta 1,30 circa. L'Arcangelo è in atteggiamento del guerriero vittorioso che calpesta l'avversario in forma di mostro ripugnante: viso di scimmia, coscia di capro, artigli di leone e coda di serpente. Ammirabile è il viso gentile, sereno, sorridente.
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Croce di Federico II |
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Secondo una tradizione, ripetutamente attestata dalle fonti locali, Federico II, al ritorno dalla crociata del 1228, donò al santuario dell'Arcangelo un frammento della "Vera Croce", incassonata in una croce di cristallo di rocca.
Una seconda versione dell?episodio narra che il furto sarebbe stato scoperto e risarcito, con analoghe modalità da Ferdinando I d?Aragona. Delle due croci attualmente conservate presso il Santuario, entrambe prive della reliquia cristologica, quella tradizionalmente nota come croce di Federico Il, conservata nella cappella delle Reliquie, è un manufatto di importazione del XIII secolo proveniente da atelìers veneziani o francesi.
Dopo i danni subiti per il sacco francese del 1799 la croce ha ricevuto «un non felice restauro con l?apposizione di due sostegni in cordoncini d?argento messi a rinforzo dei bracci laterali, con la sostituzione, alle antiche gemme della più pura acqua, di pietre false dai colori del topazio e del rubino e con la surrogazionc di un rozzo e tozzo piede di legno a quello originario di dovizioso metallo.»
La base, frutto di un riutilizzo, è un?opera databile tra la fine del XVII ed i primi decenni del XVIII secolo, dovuta ad un argentiere napoletano di cultura vaccariana.
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Icona Lomgobarda |
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Ritrovato ai primi del secolo in un recesso della grotta, noto come "la cava delle pietre", il rilievo in rame, probabilmente un dono votivo, raffigura l'Arcangelo Michele nell'atto di atterrare il demonio trafiggendolo con una lunga lancia, oggi perduta: iconografia tipica dell'area garganica. Il rilievo, ritenuto localmente molto antico (VI secolo), è stato variamente datato dall'Xl al XIII secolo, in considerazione dell'evidente origine normanna dei nomi di Roberto e Bolduino incisi sui suppedaneo. Di recente è stato accostato a miniature di ambito beneventano (X - XI secolo). Una datazione a cavallo tra X e primo XI secolo risulta la più convincente. L'iscrizione può riferirsi a donatori normanni precocemente giunti in veste di pellegrini o essere stata aggiunta successivamente in occasione di un restauro. |
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S.S. Trinità |
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Il singolare rilievo fu rinvenuto nel gennaio 1922, murato entro la nicchia che tuttora lo contiene.
Si tratta della raffigurazione della Trinità trifronte, interpretata come figura monumentale avvolta in un'ampia veste tesa sulle ginocchia, dalla quale fuoriescono due mani, la destra benedicente, la sinistra che regge, appoggiato al ginocchio sinistro, un libro sul quale, in caratteri gotici, spicca il testo del Valgelo di Giovanni che connota la figura del pantocratore:
EGO SUM LUX MUNDI. QUI SEQUITUR ME NON AMBULAT IN TENEBRIS ET HABEBIT LUMEN VITAE. EGO SUM ALFA ET OMEGA.
Io sono la luce del mondo. Chi segue me non cammina nelle tenebre ed avrà la luce della vita. Io sono il principio e la fine.
All'altezza delle spallela figura si allarga ad accogliere tre teste: quella del Figlio, a sinistra, riconoscibile dal nimbo crucigero, quello dominante del Padre, al centro, con ricca chioma ricadente sulle spalle e barba fluente; quella dello Spirito, a destra, giovanile e quasi femminea. Questo è l'unico volto intatto, mentre gli altri due sono sfigurati e irriconoscibili.
la iconografia della Trinità come gruppo tricorpore o come unica figura con tre volti, privilegiata dalla immaginazione degli artisti, ha suscitato non poche obiezioni sul piano dottrinale per la ambivalenza del vultus trifrons, fino ad incontrare la desisa opposizione delle autorità ecclesiastiche a partire dal Concilio Tridentino. Dopo una prima condannada parte di Urbano VIII, nel 1745 si arriverà, con bolla di Benedetto XIV alla definitiva proibizione di raffigurare in tal modo la SS. Trinità, vietando in particolare la raffigurazione dello Spirito Santo in forma umana.
Certamente fu questa la ragione che spinse prima a sfugurare i tre volti, poi a mutare l'intero rilievo, forse subito dopo la condanna del 1628.
Le qualità formali del gruppo ne indicano una datazione tra XIV e primo XV secolo. |
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Cava delle Pietre |
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Un cancello a lato dell'ultimo bassorilievo chide una cavità della grotta alquanto singolare.
Di fronte, in alto, si erge solenne una dolce immagine della Vergine. E' seduta su un tronetto, le mani sorreggono con delicatezza il Bambino, mentre due angeli sostengono una corona e altri due, ai lati del trono, sono in atto di adorazione. E' un'immagine bella pur nella sua semplicità.
A sinistra, in una cornice rettangolare, vi è l'efige non bene identificabile di un san Giacomo di Galizia o semplicemente di un Santo pellegrino.
Sul lato destro si intravede una modesta cornice: fino al 1891 racchiudeva dimenticato e nascosto dall'oscurità quell'inestimabile cielio in rame dorato comunemente conosciuta come icone longobarda (sec. VI-VII).
Questo ambiente ha subito radicali trasformazioni negli anni 1960-64. Ha cessato, infatti di essere esclusivamente la «Cava delle Pietre» che forniva frammenti di roccia richiesti per devozione dai fedeli per trasformarsi in «uscita di emergenza». |
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